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Faccio arte perchémi porta pace

Aziz ha quarantesette anni, è venuto via dall’Afghanistan nell’agosto 2021 con l’evacuazione organizzata dalle autorità italiane, le cui immagini sono state viste alla televisione e sul web dal mondo intero. Nella fuga ha avuto accanto a sé ciò che per lui era più prezioso: sua moglie e i suoi quattro figli. È arrivato con un bagaglio di vite interrotte, accompagnato però dalla forza del suo talento e dalla determinazione di ricercare un futuro migliore. Professore universitario presso l’Università di Herat, artista conosciuto in Afghanistan, all’arrivo in Italia, Aziz non aveva più uno spazio dove esprimersi, né tantomeno una casa dove far crescere i suoi bambini e progettare la vita insieme a sua moglie.

Dopo l’arrivo ed i primissimi giorni a Roma ricchi di incertezza e di totale disorientamento, Aziz e la sua famiglia sono stati accolti nel Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) Mirasole, nel Comune di Opera. Qui, piano piano, passo dopo passo, Aziz prova a lasciare dietro di sé la paura e ad incamminarsi verso un futuro ignoto tutto da immaginare e costruire. Nell’ex abbazia di Mirasole, storico crocevia di arti e culture, Aziz trova non solo un tetto e una comunità con cui condividere il destino suo e della sua famiglia, ma anche la possibilità di rimettere in mano i pennelli e andare oltre. Il riconoscimento dello status di rifugiato arriva pochi mesi dopo e con il successivo ingresso nel Progetto SAI del Comune di Milano si aprono nuove ed ulteriori prospettive. Nel dramma dell’esilio, giorno dopo giorno, la famiglia di Aziz si è fatta forza: ogni membro ha rappresentato per l’altro un imprescindibile punto di riferimento, in particolare sua moglie in Afghanistan ginecologa ed ecografista, ha dimostrato un’enorme determinazione sia nel tentativo di ricostruire la propria carriera medica, attraverso il percorso, non facile, di riconoscimento dei suoi titoli di studio, sia nello stare costantemente vicino al marito, affiancandolo nella cura dei loro bellissimi e vivacissimi quattro figli. I bambini stessi, a loro volta, con la loro energia e fame di vita hanno sostenuto i loro genitori nella lotta per riconquistare un po’ di leggerezza e serenità. Nella sua nuova vita milanese, Aziz progressivamente ha ampliato gli orizzonti e anche la rete di relazioni e di amicizie. Sul territorio di Cinisello Balsamo, ha potuto attivare, in collaborazione con un’associazione locale, dei laboratori artistici rivolti ai bambini del quartiere, contribuendo così a dare voce ai più piccoli nel raccontarsi e nel dipingere il loro mondo. Nella complessità delle sue giornate, fatte di accompagnamenti, ritiri a scuola, lavoro fuori e dentro casa e tanto altro, Aziz resta in stretto contatto con i suoi connazionali e insieme a un gruppo di rifugiati, alcuni dei quali già naturalizzati, ha aderito all’Associazione Awa, fondata grazie anche al supporto del programma PartecipAzione promosso da UNHCR, che ha, tra i propri obiettivi, quello di favorire occasioni di occasioni di reciproco apprendimento, scambio culturale e sviluppo comunitario. Attraverso l’impegno associativo, Aziz partecipa, con il proprio contributo, all’organizzazione di iniziative ed eventi artistici e culturali che possano gettare ponti.

tra la storia passata e il presente, verso il futuro suo e dei suoi connazionali, e favorire la costruzione di legami sociali e solidali tra la sua comunità d’appartenenza e il nuovo contesto di vita: mettere insieme le voci di chi ha attraversato il mondo e mettersi in ascolto di chi ha attraversato il mondo, per ritrovare sé stessi e il valore dell’essere comunità. A maggio 2025, Aziz ha esposto alcune delle sue opere realizzate in Italia, in una mostra personale presso il Milano Welcome Center, centro servizi cittadino per persone migranti e rifugiate, aderente al network Spazio Comune di UNHCR. Si è trattato di un momento di condivisione potente, nel quale le sue tele traboccanti di nostalgia, identità e speranza, parlavano per lui. «Faccio arte perché mi porta pace», dice spesso Aziz, con lo sguardo pieno di quella dolcezza austera che lo caratterizza e che solo chi ha attraversato il dolore sa portare. «Sento che posso condividere con gli altri ciò che occupa la mia mente, la mia anima e le parole non dette». L’arte è per Aziz un linguaggio universale, un ponte tra culture, un modo per partecipare, offrire il proprio contributo, facendosi comprendere anche quando le parole mancano o sono assurdamente indicibili. Dalle sue tele del periodo italiano traspare in modo inequivocabile il suo percorso: dai primi giorni bui e violenti a quelli successivi che gradualmente arrivano a tracciare nuovamente squarci di luce e colore nel cielo di oggi. Ora che Aziz ha trovato con la sua famiglia una maggiore stabilità e finalmente una nuova casa, potrà pensare anche a come realizzare il suo sogno di visitare le meravigliose opere d’arte e architettoniche di Firenze, Roma, Venezia e di molte altre città, prima ammirate solo sui libri e poi illustrate con entusiasmo ai suoi studenti di Herat. Anche se oggi Aziz non è più in un’aula universitaria, non ha smesso di insegnare: i suoi quadri, la sua gentilezza tenace, il suo impegno sul territorio continuano a parlare e a dire a chi li guarda quanto il mondo, la vita di ciascun essere umano, non possano fare a meno della pace e della bellezza.

Storia raccolta dalla micro-équipe SAI del Comune di Milano: Marika Laghezza, Elisa Osté, Laura Melli e Elena Palinuri.

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